lunedì 21 aprile 2014

T'Avrei Voluta ancora. Storia di Alessandra.

Non sono trascorse nemmeno due settimane da quando Alessandra e la sua famiglia hanno dovuto consegnare le chiavi della loro abitazione in via Toscana, a Brescia. Lo scorso 7 aprile Alessandra ha detto addio a quella che per 26 anni è stata la sua casa. Prima, però, lei e la sorella Valentina hanno realizzato questo video, che mi piacerebbe mostrarvi.


T’Avrei Voluta ancora. Già. Dove Tav smette di divenire il semplice acronimo di Treno ad Alta Velocità per assumere un senso più ampio, quello del dolore di chi si vede sradicato così, senza preavviso, senza consenso. Come suppongo molti di voi, l’unica immagine che mi compariva davanti agli occhi sentendo l’espressione No Tav era quella dei Black Block, che collegavo a un attivismo violento e a un calderone di istanze indefinite, mosso più dalla ribellione pretestuosa verso “Il Sistema” che da ragioni concrete. Ma quando stamattina ho aperto la mail e ho visto questo video, mi sono posta alcune domande. Quanto meno ho iniziato a informarmi. Perché lo ammetto: anche tra noi giornalisti tira spesso un vento di superficialità. Soprattutto se le giornate sono talmente piene e le notizie così tante da non avere il tempo di approfondire ogni singolo grido di protesta. Ebbene, è difficile sviluppare un’opinione coerente quando in gioco ci sono interessi che paiono tanto lontani. Per intenderci: avevo un anno quando nacque il movimento No Tav in Val di Susa. Allora le mie priorità erano mangiare, bere, dormire, essere cambiata, stare con la mia mamma e il mio papà, giocare e litigare con la mia sorellina. Ma anche nel luglio 2012, sebbene la protesta avesse coinvolto una zona molto più vicina a me, appunto quella di Brescia, l’argomento non era certo all’apice delle mie riflessioni. D’altronde la mia casa era al sicuro. E una nuova linea ad alta velocità non mi pareva un elemento di disturbo, semmai una fonte di comodità. Conoscevo di sfuggita e per vie traverse Alessandra, dovevo averla incontrata a una qualche festa di amici comuni. Insomma, non immaginavo nemmeno la tragedia che si stava consumando nella sua famiglia. Ed è proprio questo uno dei punti fondamentali del discorso. Finché non ci sei dentro, non ci pensi. Finché l’astratto non diventa concreto, rimane solo fumo negli occhi. E poi, una mattina, ti trovi davanti un video come questo.



Non intendo dilungarmi con argomentazioni pro o contro Tav e No Tav. Anche io, a dire il vero, preferisco approfondire la questione prima di esprimermi a riguardo. Penso però che una storia vera, le parole di una ragazza che ha poi un anno in più rispetto a me, sia un buon modo per uscire dal particolarismo filosofico. Particolarismo filosofico, appunto. Sembra un ossimoro ma non lo è: da un lato infatti tendiamo a vedere solo una fetta estremamente limitata, di solito quella impacchettata dai mass media, delle questioni che muovono gli attivisti, dall’altro lasciamo sospeso il tema su un livello squisitamente retorico. Apprendiamo cioè quel tanto che basta per recitare una frase di circostanza durante l’aperitivo con gli amici o per rispondere al quesito imbarazzante di chi ci chiede la nostra opinione a riguardo. Io preferisco dire che un’opinione non ce l’ho. Perché non so. Perché finché non l’ho visto incarnato nella mia amica il problema dei No Tav non mi ha mai interessata.

Ecco dunque Alessandra che racconta.

Tutto è iniziato nel luglio 2012. Un articolo del Giornale di Brescia parlava di lavori e cantieri che negli anni successivi avrebbero recato disagi al traffico e alla cittadinanza; tra questi c’erano quelli previsti per il Tav a Brescia, con l’abbattimento di alcune palazzine. E’ stato lì che i miei familiari e io ci siamo allarmati. C’era la foto di casa nostra.
Abbiamo iniziato a chiedere alle amministrazioni, ma ovviamente nessuno sapeva nulla e si rimbalzavano la colpa l’un l’altra. Ad agosto, dopo un mese che i giornali parlavano dei lavori e degli espropri, sono arrivate le prime comunicazioni di Italferr (ditta incaricata dei lavori per la tratta bresciana del Tav) alle famiglie coinvolte, con la richiesta di formulare una proposta di indennizzo per l’esproprio della propria casa. Solo in via Toscana si trattava di 23 abitazioni; alle quali si aggiungevano le 4 di Villaggio Violino e i giardini privati di via Roncadelle, per un totale di circa cento persone coinvolte direttamente.



Cercando informazioni sul sito di Italferr siamo arrivati alla realtà effettiva: era già stato tutto deciso, compreso l’ammontare degli espropri. Questo senza che nessuno avesse dato informazioni alle famiglie coinvolte. In via Toscana si stava generando quindi il panico totale. Considera che la maggior parte dei residenti erano anziani che vivevano in quelle case da tutta una vita e lì avevano cresciuto la loro famiglia.
E il Comune? E gli altri enti coinvolti? Che risposte vi hanno dato?
Dopo parecchie insistenze e il rumore mediatico prodotto, il 2 ottobre 2012 noi (ex) abitanti di via Toscana siamo riusciti a ottenere un incontro con il sindaco di Brescia (ai tempi Adriano Paroli) e Italferr. Abbiamo fatto presente di sentirci abbandonanti dalle istituzioni, ma Italferr, con rappresentanti molto prepotenti e  umanamente non coinvolti, ha ribadito di non voler modificare il progetto per evitare l’abbattimento delle nostre case.
Intanto, essendo vicino alle elezioni amministrative, Paroli, sindaco Pdl in carica, ha iniziato a farci promesse di ogni tipo: parlava di ricostruzione delle case, di salvare una delle palazzine, di ricostruire una “piccola via Toscana” in una zona vicina. La gente era spaventata, le mie vicine di casa più anziane e vedove si auguravano di morire prima di dover lasciare le loro case.
Nel frattempo da Italferr era arrivata a un vero e proprio ricatto morale: o accettate i soldi dell’indennizzo o subentra l’esproprio coatto e venite sbattuti fuori senza prendere niente. Per il tipo di persone che abitavano in via Toscana e per l’assenza di un movimento di lotta No Tav sul nostro territorio, tutti si sono arresi, aspettando che le decisioni sulle loro vite e sulle loro case venissero prese dall’alto.
Ma nessuno degli abitanti ha fatto nulla?
In realtà qualcuno sì. Alcuni hanno dato vita a un comitato di tutela, riuscendo ad avere un incontro con i principali candidati sindaci. E’ stato così che, in una sala piena di cittadini, abbiamo proiettato il video Tav, storie di espropri a Brescia
per spiegare alle amministrazioni e a tutti i presenti che una casa non è solo mattoni, soldi e nulla più. Una casa è ricordi, emozioni, sentimenti. In questo incontro i candidati si sono mostrati completamente disinformati sulla questione Tav a Brescia, fatto seriamente vergognoso visto il costo e l’impatto ambientale che ha sulla città. In ogni caso, tutti hanno promesso vicinanza e comprensione, anche se poi, di fatto, nessuno ha mosso un dito nei mesi successivi.
Tu però ti sei mobilitata. In che modo?
Da agosto 2012, conoscendo gli attivisti di Rete Antinocività Bresciana, insieme ad altri abitanti della zona ho creato un gruppo, inizialmente composto da 3-4 persone, tra cui io e mia sorella Valentina. L’obiettivo era informare sul Tav nella nostra città. Il gruppo è poi cresciuto e abbiamo dato vita a  iniziative di ogni tipo: spettacoli di teatro, presidi, volantinaggi, presentazioni di libri, proiezioni di video, dibattiti ecc. Adesso partecipiamo anche a livello nazionale a una lotta che negli ultimi tempi è emersa non solo come lotta contro un treno, ma contro un modello di sviluppo che non funziona.
Essendo parte di Rete Antinocività per noi la questione ambientale di Brescia è un punto fondamentale per far emergere come i soldi pubblici vengano spesi per grandi opere inutili, i cui i profitti vanno a pochi, mentre l’ambiente e la salute dei cittadini sono all’ultimo posto nell’agenda della amministrazioni. I soldi con cui verrà costruita la tratta (2 miliardi solo per il lotto Treviglio-Brescia) sono di tutti e vengono tolti a sanità, istruzione e altri servizi al cittadino. L’inquinamento acustico, la devastazione ambientale, l’aumento del traffico e delle polveri e i disagi dovuti ai lavori riguarderanno ognuno di noi. Molte persone ancora non sanno, o forse fingono di non sapere. Come i negozianti e i cittadini che si troveranno i cantieri davanti alle attività, sotto le finestre di casa. Per ora non c’è, quindi non è un problema. La storia della Val Susa e di altre città già segnate dal Tav purtroppo non è arrivata nel modo giusto. Credo che in questo caso i mass media abbiano creato lo stereotipo del No Tav = Black Block, che spaventa chi non conosce i motivi e le modalità di questa lotta e perciò se ne tiene alla larga.»
Ma chi avesse voluto o lo volesse ora, è libero di informarsi? Insomma, vi hanno fatto vedere il progetto dei lavori e gli atti di esproprio?
Solo dopo diversi mesi di attesa, a dicembre Itaferr ci ha mostrato gli atti, permettendoci però di visionare solo una parte della documentazione, già arbitrariamente selezionata, senza che quindi potessimo verificare la correttezza delle procedure di esproprio e l’idoneità dell’opera.
Non avete pensato di rivolgervi a qualcuno per far valere i vostri diritti?
Eccome, l’abbiamo fatto, ma non è così semplice. Affidandoci a un avvocato, abbiamo fatto ricorso al Tar (Tribunale Amministrativo Regionale), però abbiamo dovuto poi ritirarlo ancor prima della udienza preliminare, a causa delle tempistiche che Italferr ci ha imposto e perché lo imponeva l’accordo per la cessione obbligatoria della casa.
Che cosa significa “cessione obbligatoria della casa”? Come si può essere obbligati ad abbandonare la propria casa?
Si può. La chiamano '“espropriazione per pubblica utilità” ed è un provvedimento giuridico che sacrifica il bene privato per il bene della collettività. E’ iniziata a settembre del 2013 e si è conclusa questo aprile.
Sembra di essere nell’ex Unione Sovietica. Invece siamo in Italia. Che cosa ne pensi?
Sai quale sarebbe il bene della collettività offerto dalla Tav? Un guadagno di 10 minuti di tempo tra Milano e Brescia. A che costo però? Due miliardi di euro e capannoni, case, campi espropriati e distrutti e un biglietto che sarà inaccessibile a tutti. Ma ovviamente per far sì che questo sia visto come un bene e non come un danno collettivo, è stato trovato un rimedio.
Quale?
Rendere il più inefficienti possibili i servizi presenti, con ritardi, disservizi e soppressioni dei treni. Così, invece di pensare a un ammodernamento, si costruisce una nuova opera con tanti profitti e tanta mafia.
In ogni caso, ancor prima che alla città, il danno l’hanno fatto a dei cittadini in particolare. Quelli di via Toscana. Voi. Che tipo di indennità avete ricevuto in cambio?
Con l’aiuto di un tecnico il comitato è riuscito a imporre a Italferr di riconsiderare il valore effettivo di ogni abitazione e così l’indennizzo è divenuto più congruo al valore della casa, ma non ci ha comunque permesso di ricomprarne una di uguali caratteristiche e soprattutto non ha tenuto in considerazione il danno morale a chi, come noi, si è visto costretto ad abbandonare abitudini e ritmi di vita consolidati. Tra l’altro, il fatto che Italferr avesse aumentato i soldi degli indennizzi, probabilmente per levarsi un sassolino della scarpa e procedere alla velocità della luce alla costruzione di un’opera che prima o poi tutti avrebbero criticato, ha fatto sì che la gente ci prendesse meno sul serio. Gli abitanti interessati erano già contenti di prendere più della miseria prospettata e chi ci era vicino ci vedeva come i fortunati che avevano preso palate di soldi, ovviamente basandosi più sulle voci che sui fatti. D’altra parte anche una buona parte del movimento bresciano ha subito etichettato come venduti coloro che per la disperazione si erano arresi.
In tutto questo, come è cambiata la tua quotidianità e quella della tua famiglia?
Abbiamo passato un anno e mezzo veramente devastante, pieno di sofferenza, rabbia e frustrazione per non essere riusciti a fare nulla per la nostra casa e per non avere fatto capire che il passaggio del Tav creerà danni a tutti. Per noi la lotta No Tav non finiva terminata una riunione; per mesi si è parlato solo di quello in casa, ogni pranzo e ogni cena. Con le difficoltà che un nucleo famigliare può avere nell’affrontare la cosa. Mia sorella Valentina e io vivevamo sole con nostro padre, che, essendo in pensione e avendo due figlie disoccupate, aveva deciso di proteggerci accettando l’esproprio. Ma Valentina e io volevamo invece lottare con le altre famiglie.
E adesso?
Consegnare le chiavi sarà perdere una parte di questa battaglia, perdere una parte della nostra vita, ma non ci fermerà. Questo è successo a noi e non deve più accadere. La gente ha il diritto di essere informata. Pensa che alcune persone di via Toscana avevano comprato casa da poco e nessuno li aveva avvisati di quello che sarebbe successo. Questo non è accettabile. Tutti devono capire che dietro a quest’opera si nascondono corruzione, devastazione dei territori, pericoli per la salute dei cittadini e le generazioni future.



Nessun commento:

Posta un commento